Cinema all’aperto
Portis, Bhoemian Rhapsody
22 Agosto 2019

UN BIOPIC CHE SI SFORZA DI PIACERE A TUTTI MA CHE RIMANE PRIVO DI QUELLA LUCCICANZA CHE HA RESO MERCURY IMMORTALE.

Da qualche parte nelle suburb londinesi, Freddie Mercury è ancora Farrokh Bulsara e vive con i genitori in attesa che il suo destino diventi eccezionale. Perché Farrokh lo sa che è fatto per la gloria. Contrastato dal padre, che lo vorrebbe allineato alla tradizione e alle origini parsi, vive soprattutto per la musica che scrive nelle pause lavorative. Dopo aver convinto Brian May (chitarrista) e Roger Taylor (batterista) a ingaggiarlo con la sua verve e la sua capacità vocale, l’avventura comincia. Insieme a John Deacon (bassista) diventano i Queen e infilano la gloria malgrado (e per) le intemperanze e le erranze del loro leader: l’ultimo dio del rock and roll.

Per il cinema le rockstar presentano un vantaggio: raramente muoiono nel loro letto, piuttosto di overdose, suicidi o annegati. Da qui l’affermarsi di un genere che è rimasto ormai senza fiato.

Un genere che segue uno schema obbligato: l’infanzia modesta, il trauma fondante, l’ascensione con prezzo annesso da pagare quasi sempre con una tossicodipendenza, la caduta, la redenzione a cui segue qualche volta la malattia e la morte. Insomma visto uno, visti tutti. Ma a questo giro di basso ‘immortale’ era lecito aspettarsi di più. Invece in Bohemian Rhapsody, proprio come in Ray o in Quando l’amore brucia l’anima – Walk the Line, l’originalità non è in gioco. Quello che conta è la ricostruzione pedissequa e la performance emulativa degli attori.

Dal premio assegnato a Jamie Foxx poi (Ray), il biopic è diventato un ‘apriti sesamo’ per gli Oscar. La somiglianza somatica e il mimetismo dei gesti cruciali. Lo sa bene Rami Malek assoldato per una missione praticamente impossibile: reincarnare l’assoluto, quel mostro di carisma e virtuosità che era Freddie Mercury. Pianista, chitarrista, compositore, tenore lirico, designer, atleta, artista capace di tutti i record (di vendita), praticamente uomo-orchestra in grado di creare e di crearsi. Un demiurgo che in scena non temeva rivali, che mordeva la vita, aveva la follia dei grandi e volava alto, lontano.

Le buone intenzioni e l’impegno pur rigoroso e lodevole dell’attore americano si schiantano rovinosamente contro il mito e una protesi dentale ingombrante che lo precede di una spanna ovunque vada. Non c’è rifugio in cui Malek possa fuggire o ripiegare. Con buona pace di Hollywood e di Baudrillard, l’aura di Freddie Mercury non conosce declino e schianta il suo simulacro.

In soccorso dell’interprete arriva solo il playback che ha richiesto un lungo lavoro di sincronizzazione del labiale e a occhi chiusi fa sognare. È sempre difficile mettere

Quando si nasce a Zanzibar, si cresce a Bombay, si trasloca a Londra, si ha un’estensione vocale di quattro ottave e mani magiche, ci si chiama Farrokh Bulsara, discendente di un funzionario (indiano) britannico negli anni Quaranta, si è già per definizione un personaggio da romanzo, una sorte di moderno nipote di Kipling. in scena la trasformazione di un musicista in icona, è un’impresa che riesce meglio a un giornalista che a un regista hollywoodiano. La pressione di dovere piacere a tutti lo conduce sovente a una semplificazione del discorso. Un livellamento biografico raramente felice. Eppure era tutto (già) lì.

 

Serate di proiezione di film all’aperto, sia per bambini sia per famiglie, che coinvolgeranno le frazioni e le borgate del Comune.

Le proiezioni inizieranno alle ore 21.00, in caso di maltempo le proiezioni si tengono al coperto.